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LA RIFORMA BRUNETTA E LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE Seminario organizzato da Cobas Pubblico Impiego Confederazione - Cobas Pisa 20 Gennaio 2009 Sintesi dell’intervento "LE RICADUTE DI BRUNETTA SULL'UNIVERSITA" di Antonella Zago Unità di Base – CUB Scuola Università e Ricerca di Bologna La riforma Brunetta non va nel senso di rendere la pubblica amministrazione più efficiente, anzi! L'esempio più eclatante, e banale allo stesso tempo, è la questione dell'orario di visita fiscale per malattia. In tutto il decreto Brunetta, infatti, si legge chiaramente una politica poliziesca e di appesantimento della pratica del bastone nei confronti dei dipendenti pubblici al fine di “risparmiare” e di introdurre la fatidica “meritocrazia”. Ma se davvero l'obiettivo di Brunetta e del Governo fosse stato il risparmio e la “integrità” della pubblica amministrazione, avremmo dovuto leggere norme contro quelle fonti di sprechi e clientele che sono invece molto, troppo, diffuse. Noi dall'università vediamo tutti i giorni queste pratiche quando analizziamo il rapporto dei nostri enti con le ditte farmaceutiche, con i fornitori di servizi informatici ecc. e 'impostazione del decreto conferma infatti che siamo di fronte ad una semplice operazione di marketing che porterà la pubblica amministrazione a costare sempre di più e a dare sempre meno servizi ai cittadini dislocando la gestione del “bene pubblico” nelle mani di privati che speculeranno sempre più. D’altra parte, l'attacco ai lavoratori è fortissimo e va nel senso di aumentare lo sfruttamento del lavoro: togliere diritti a chi ne ha per non garantirli a chi non li ha mai avuti. E' così che noi, dipendenti pubblici, siamo diventati i “fannulloni garantiti”. Null'altro! Nel merito del decreto chi mi ha preceduto ho approfondito molto bene le questioni che sono comuni a tutto il pubblico impiego, dalla questione della trasformazione in premi di istituti che fino ad oggi remuneravano carriere e anzianità di servizio (le progressioni), alla responsabilità dei dirigenti, all'appesantimento dei procedimenti disciplinari altrochè all'ulteriore centralizzazione delle regole contrattuali con conseguente depotenziamento della trattativa aziendale e dei sindacati dissenzienti. Voglio quindi aggiungere solo due questioni che credo debbano essere chiarite e sono i limiti sui fondi con cui arrivare alla fatidica “meritocrazia” e la riforma della contrattazione e dei comparti. Innanzitutto ancora una volta il meccanismo della performance della pubblica amministrazione (valutazione) costerà sicuramente molto più di quanto si risparmierà nel togliere diritti economici ai lavoratori. Brunetta ha già costituito la Commissione nazionale e sta già pagando salati gli incarichi dei componenti che guarda caso sono nomi quasi tutti noti. Inoltre sui fondi integrativi contrattati a livello aziendale esiste ancora un limite fissato dalla finanziaria 2006, che stabilisce il tetto al fondo accessorio al 2004. Non solo quindi dal 2004 il nostro fondo aziendale non è aumentato, ma non ci saranno risorse in più per finanziare “i migliori”. Se si provvederà infatti ad applicare il Brunetta lasciando fuori da qualsiasi remunerazione sulla produttività il 25% del personale e concentrando più risorse per il 50% degli eccellenti e il 25% dei buoni è inevitabile una redistribuzione degli stessi fondi verso il 75% del personale con un obbligatorio taglio netto al 25% dei lavoratori che si vedranno decurtata l’attuale parte di produttività percepita. Oltretutto le risorse per la trattativa nazionale, possiamo già esserne certi oggi, non vedranno aumenti decenti. Questi meccanismi diventeranno operativi con i contratti di lavoro nazionali (2010-2012) e saranno quindi i sindacati al tavolo ad accettare queste norme e renderle attuative. I tempi però sono ancora lunghi in quanto il decreto prevede di ridurre gli attuali comparti a 4, e anche questi saranno definiti con i sindacati maggiormente rappresentativi in sede di accordo quadro nazionale sui comparti. Ad oggi il ministro Brunetta si limita a dare indicazione in merito ai comitati di settore e cioè coloro che per parte padronale pubblica daranno indicazione sulle linee della contrattazione nazionale per il comparto di riferimento; gli atti di indirizzo, appunto. Uno nell’ambito della Conferenza delle Regioni per le Regioni e per il Servizio Sanitario, uno per Comuni, Province e Camere di Commercio, un terzo costituito dal Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione, di concerto con il Ministro dell’economia e finanze, “sentite” le istanze rappresentative prima espressione degli autonomi comitati di settore (per il sistema scolastico il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca; per le Agenzie fiscali, i direttori delle Agenzie fiscali; per le università, la CRUI; per gli enti di ricerca e gli enti pubblici non economici, le istanze rappresentative rispettivamente promosse dai presidenti degli stessi; per il CNEL il suo Presidente). Da questo si evince che probabilmente Scuola Università e Ricerca apparterranno ad un unico comparto. L'apertura della contrattazione per il contratto nazionale 2010-2012, la triennalizzazione è già cosa fatta, avverrà quindi solo dopo che i sindacati avranno firmato l'accordo quadro sui comparti e il modello contrattuale di riferimento sarà quello siglato dalle parti sindacali nel 2009 che prevede un avvicinamento del contratto pubblico a quello privato con la possibilità della trattativa anche territoriale e non per singola azienda. Per tornare quindi all'università il decreto Brunetta si inserisce in un contesto molto più difficile e pesante che in altri comparti dato che da una parte la normativa attuale prevede la possibilità che gli atenei vengano trasformati in fondazioni e dall'altra è prevista la riforma della governance che vede comunque gli interessi privati o privatistici entrare a gambe levate ancora di più nella gestione, non solo della ricerca e della didattica, ma anche nella gestione del personale. Nel caso alcuni atenei si trasformino in fondazioni di diritto privato anche il contratto che verrà applicato ai lavoratori probabilmente non sarà più quello pubblico. Per estremizzare potrebbe venir applicato a questo personale anche il contratto vigente nel comparto privato dei servizi. Nel caso in cui, invece, le nostre università non si trasformino in Fondazioni non credo che enti finanziatori o privati, componenti del CdA, siano interessati a migliorare le condizioni dei lavoratori e ad investire in qualità della didattica. Se aggiungiamo poi le recenti norme sulle assunzioni che prevedono il 50% del turn-over (su 10 cessazioni solo 5 assunzioni) capiamo bene che il sott’organico non verrà sanato. Inoltre di questo 50% il 60% saranno ricercatori (che potranno però lavorare per soli 6 anni e poi saranno espulsi), il 10% saranno professori di prima fascia (e qui invece credo sia una pazzia) e il restante 30% sarà diviso tra professori associati e personale tecnico amministrativo. Dando come premessa che il personale tecnico amministrativo è considerato già ad oggi un costo su cui risparmiare, una logica privatistica spinta porterà ad utilizzare gran parte di quel 30% per personale docente e il lavoro del personale tecnico amministrativo verrà garantito sempre di più probabilmente con esternalizzazioni di servizi, con appalti assegnati magari agli amici dei privati presenti nei consigli di amministrazione. Così per l'università si chiude il cerchio del decreto Brunetta: attaccare i lavoratori per garantire interessi privatistici di gestione dell'attività di didattica e di ricerca distruggendo qualsiasi garanzia di qualità delle nostre università altrochè di tutto il pubblico impiego e di tutti i servizi pubblici. Su questo lavoratori pubblici e cittadini dovrebbero unirsi perché gli interessi coincidono in pieno: più garanzie di lavoro per tutti e una pubblica amministrazione rivolta ai cittadini e non alle tasche di pochi. I sindacati che si siederanno ai tavoli per contrattare tutto ciò si stanno già rendendo colpevoli dell'impoverimento generalizzato. Il nostro fine dovrebbe essere quindi quello di contrastare tale politica riorganizzando i lavoratori che sono anche gli stessi cittadini che utilizzano servizi.
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