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Finanziaria 2010: collegato sul lavoro PDF Stampa E-mail
Tuesday 09 March 2010

In un paese in cui avere un lavoro significa essere ormai fortunato e quasi privilegiato e in cui il lavoro a tempo indeterminato sta letteralmente scomparendo il decreto approvato dal Senato rischia di portarci non più al precariato a vita che molti conoscono da tempo, ma ad un regime di semi schiavitù dove nessun diritto è acquisito e il potere padronale divena un "superpotere". Da tempo i pilastri  posti a bilanciare lo squilibrio di potere contrattuale esistente tra lavoratore e parte padronale subiscono gravi attacchi e sempre più il lavoratore si trova disarmato di fronte a molti soprusi. Il DDL 1167 (ddl sul lavoro collegato alla finanziaria 2010)  appare  in questo senso addirittura dirompente perché muovendosi apparentemente solo sul piano procedurale introduce un meccanismo che rischia di  vanificare qualsiasi diritto dei lavoratori ancora esistente.
All’atto dell’assunzione potrà infatti, in mancanza di norme, esser chiesto al dipendente di firmare una clausola con la quale egli rinuncia a rivolgersi al giudice in determinate o in tutte le materie che riguardano il suo rapporto di lavoro impegnandosi a rivolgersi invece ad un collegio arbitrale. Il risultato sarà che il dipendente si troverà obbligato a subire qualsiasi lesione di propri diritti pur di avere un lavoro.

Se questo è il senso generale del decreto, tante altre sono le novità introdotte.
Per approfondirle vi lasciamo alla lettura del documento dell’avvocato Alberto Medina

PRIME CONSIDERAZIONI SUL DISEGNO DI LEGGE 1167 APPROVATO DAL SENATO  E IN ATTESA DI FIRMA DEL CAPO DELLO STATO

Tutta la legislazione sul lavoro che si è sviluppata  fin dall’inizio del secolo scorso, e persino durante il fascismo, si è mossa dall’ovvia considerazione dello squilibrio di potere contrattuale  esistente tra lavoratore e datore di lavoro.

Per tentare di bilanciare questo potere contrattuale e sottrarre il lavoratore dal rischio di dover subire clausole contrattuali inique e certamente da lui non liberamente volute, la legislazione del lavoro  si è  dunque sviluppata  su due fondamentali pilastri.

Il primo, di ordine sostanziale,  riguarda la individuazione di una serie di diritti fondamentali individuati a favore del lavoratore come “indisponibili” che venivano imposti alla parte più forte, ossia al datore,  rendendo nullo ogni eventuale patto contrario (si tratta dei diritti al riposo, alle ferie, alla irriducibilità della retribuzione, alla contribuzione previdenziale, al mantenimento della professionalità raggiunta, all’attività sindacale, alla tutela della maternità, etc.,etc.).

Il secondo pilastro di ordine procedurale, consiste nella effettiva esigibilità di questi diritti, e nel nostro ordinamento esso è stato perfezionato con l’individuazione, a partire dal 1973,  di un rito giudiziario  particolare, più celere e snello,  privo sostanzialmente  di costi per il lavoratore (poiché – oltre ad essere esente da bolli e tasse - anche in caso di sconfitta del lavoratore le spese legali venivano , per prassi , normalmente compensate)    il cui accesso non poteva in alcun modo esser pregiudicato da eventuali clausole che prevedessero il ricorso all’arbitrato.

Già da anni  i governi (dei diversi schieramenti politici)  avevano iniziato ad erodere diritti da sempre ritenuti indisponibili, prima invocando la necessità di battere l’inflazione e poi la necessità di maggior flessibilità del lavoro,  cominciando ad affermare tra l’altro una inesistente  libertà di contrattazione del dipendente e una sua  sostanziale “parità”  col datore di lavoro che hanno trovato la loro enfatizzazione nella c.d. legge Biagi (si pensi solo alla sostanziale liberalizzazione delle clausole elastiche e flessibilili nel lavoro part time oggettivamente non rifiutabili da chi è in cerca di lavoro)

Sul  fronte della tutela giudiziaria l’attacco fino ad oggi si era sviluppato solo individuando  misure  deflattive; da un lato era stata introdotta la obbligatorietà del preventivo  tentativo di conciliazione avanti alla DPL con considerevole allungamento dei tempi in cui concludere una causa dei lavoro, dall’altro,  evitando di parametrare gli organici dei Tribunali del Lavoro con le reali necessità,  si era indotto i giudici  a “difendersi” da eccessivi carichi di lavoro iniziando a condannare i lavoratori in caso di  rigetto delle loro domande.

Questa  forma di autotutela corporativa  dei giudici a scapito dei lavoratori, che spesso si trovano a dover rinunciare al ricorso alla giustizia nel timore di non avere i mezzi “per potersela permettere”,   aveva  tra l’altro, dal luglio scorso, trovato sostegno  dal legislatore con la modifica di un articolo che oggi impone al giudice di motivare dettagliatamente le ragioni di eventuali deroghe dal principio secondo cui le spese legali gravano sulla parte che perde il giudizio.
Se dunque ormai da tempo i pilastri  posti a bilanciare lo squilibrio esistente tra lavoratore e padrone subivano gravi attacchi quello portato dal DDL 1167 appena approvato dal Senato appare dirompente perché  muovendosi  apparentemente solo  sul piano procedurale introduce un meccanismo che rischia di  vanificare qualsiasi diritto “indisponibile”.

Il cavallo di Troia  è rappresentato dalla eliminazione  del divieto di introdurre clausole che riducano la possibilità del lavoratore di ricorrere al giudice.

L’art. 33 a comma 8 prevede che accordi interconfederali o contratti collettivi  potranno prevedere il ricorso all’arbitrato, con clausole che si chiamano “compromissorie”,  e queste clausole potranno esser “liberamente” sottoscritte dal lavoratore davanti ad una commissione certificatrice che “accerti la effettiva volontà delle parti” : Se entro 12 mesi non saranno intervenuti sulla materia i previsti  accordi interconfederali o i contratti collettivi  interverrà a regolare la materia un decreto ministeriale.
Cosa significa tutto ciò?

Significa che all’interno di un quadro che ancora deve esser definito dagli accordi (CISL e UIL  sembrano già d’accordo) ovvero dal Ministro, all’atto dell’assunzione potrà esser chiesto al dipendente di firmare una clausola con la quale egli rinuncia a rivolgersi al giudice in determinate o in tutte le materie che riguardano il suo rapporto di lavoro impegnandosi a rivolgersi invece ad un collegio arbitrale.
E’ evidente che se il datore porrà quella condizione il lavoratore, per poter accedere a quel lavoro, non potrà che accettarla “liberamente” con il beneplacito del commissione certificatrice .

Il risultato, però,  sarà che il dipendente si troverà a subire una situazione che mai avrebbe potuto  preferire rispetto  alla fino ad oggi preesistente possibilità  di rivolgersi in ogni caso alla giustizia ordinaria e ancora una volta si è  ipocritamente presupposta una inesistente  parità di forze tra chi offre e chi cerca lavoro.

Al di là dei costi senz’altro maggiori (gli arbitri vanno pagati: già prima della decisione il lavoratore dovrà versare con assegno circolare al presidente una somma pari all’1% del valore della causa, poi ci sono le spese degli altri arbitri, nonché quelle dei legali), va considerato che gli arbitri saranno 3  e decideranno a maggioranza. Poiché uno sarà nominato dal lavoratore e l’altro dal datore di lavoro l’ago della bilancia sarà il Presidente, individuato dai primi due o dal Presidente del Tribunale in un professore universitario in materie giuridiche o in un avvocato cassazionista.

Già solo la collocazione sociale  di queste due  figure e le ben più possibili convergenze di interessi  tra loro e le  aziende  non consentono di nutrire una particolare  fiducia nell’imparzialità di un simile “organo giudicante”, ma il punto fondamentale non è ancora questo.

Esso sta invece e soprattutto nel fatto che questi arbitri potranno decidere secondo equità (il che vuol dire semplicemente come a loro sembri giusto)   e che potrà prevedersi persino la rinuncia del lavoratore ad impugnare la loro decisione (c.d. lodo) anche  quando questa sia contraria a norme di diritto o a contratti ed accordi collettivi! 

Il che significa, ad esempio,  che in caso di licenziamento anche quando gli arbitri lo riconoscessero illegittimo, non sarebbero tenuti a  disporre la reintegrazione, con buona pace dell’art. 18 e nulla potrà poi obiettare il lavoratore!
E non solo, perché nessun diritto indisponibile potrà  più dirsi effettivamente tutelabile.

Oltre a queste misure la nuova legge ne introduce altre non meno significative:
 -  introduce una serie di decadenze  pesantissime perché, quale che sia il tipo del contratto di lavoro a tempo indeterminato, a termine, a progetto, la sua risoluzione (anche oralmente disposta)  deve essere impugnata  entro sessanta giorni  ed il relativo ricorso al giudice o all’arbitrato deve essere attivato entro i successivi 180 giorni. Negli stessi termini devono  esser impugnate  la cessione del contratto in caso di trasferimento d’azienda (dalla data del trasferimento) e la effettiva titolarità del rapporto in caso di somministrazione di lavoro irregolare (dalla data della sua cessazione).

La gravità di queste decadenza è facilmente intuibile: i lavoratori spesso scoprono in ritardo l’esistenza dei loro diritti (ad esempio che il  termine del loro contratto non era valido, che la somministrazione del loro lavoro  era irregolare, etc, che il  loro passaggio ad altra azienda non era giustificato da un trasferimento di ramo d’azienda, etc,) altre volte ritardano anche solo ad informarsi presso il sindacato  confidando nelle promesse di future riassunzioni,. Certo è che  questa strettissima decadenza priverà moltissimi, e specie i  lavoratori più deboli, di una possibilità di effettiva tutela.

- riduce il risarcimento del danno dovuto al lavoratore assunto irregolarmente a termine  per il periodo in cui è stato privo di lavoro contenendolo nei limiti tra le 2, 5 mensilità e le 6, addirittura anche in relazione ai giudizi già in corso.

- elimina la necessità di ricorrere al tentativo di conciliazione ex art. 410, mantenuto come opzione possibile, ma gravato di obblighi di specificazione delle domande e delle loro ragioni (in analogia con quanto già previsto in materia di pubblico impiego)  che ne appesantiscono l’utilizzo ed impongono, di fatto,  già in quella fase la presenza del legale;

Oltre a questo disposto in via generale, vi sono poi nella legge altri vere “chicche”  che dimostrano come il legislatore sia stato sensibile sì al “lavoro”, ma a quello  delle lobbies.

E’ stata introdotta, infatti, con l’art. 50, una norma che pare colpire unicamente e  clamorosamente solo  i lavoratori di Atesia che, assunti irregolarmente come “Cococò”, non avevano accettato  di rinunciare ai loro diritti  pregressi a fronte della sola reintegra  con un contratto a part time a 500 euro mensili  loro offerta  da Atesia prima del 30.9.2008. Ora, in forza di questa norma retroattiva anche chi di loro ha vinto in appello, ma ancora non ha una sentenza definitiva, perderà il diritto alla reintegra e agli stipendi perduti e dovrà accontentarsi di un  minimo risarcimento (tra le 2,5 e le 6 mensilità)!

Lo scempio di un simile modo di legiferare risulta ben chiaro a tutti, prima però che le parti più pericolose di questa legge inizino ad operare  vi è spazio per individuare iniziative di sensibilizzazione e di lotta che siano in grado di ostacolarne l’applicazione. Vale la pena di darsi da fare.   

Milano, 6 marzo 2008                          Avvocato Alberto Medina

 
12 Marzo 2010 sciopero nazionale PDF Stampa E-mail
Monday 08 March 2010

Non sono “riforme” ma un insieme, vergognoso, di tagli.
Il governo programma, dalla materna all’università, una pessima scuola funzionale ad una società ancora più ingiusta: fermiamolo!

Venerdì 12 marzo 2010
SCIOPERO NAZIONALE


La scuola in Italia va male: dopo la “riforma” Gelmini andrà decisamente peggio.  Il nostro Pase spende il 3,7% del PIL per l’istruzione, contro il 5,1% della media dei paesi dell’Unione Europea (dati ISTAT). Ma siamo ormai abituati, da qualche decennio, a continui tagli all’istruzione: meno soldi, più alunni per classe, “saturazione a 18 ore” delle cattedre, meno posti di sostegno ed ora 120.000 posti di lavoro cancellati. Quella serie di provvedimenti abborracciati conosciuti come “riforma Gelmini” sono l’esito compiuto della tendenza di governo che vede nei servizi pubblici e nella scuola in particolare, solo un costo da diminuire anche attraverso la riduzione del personale.
Come la scuola anche l’università è sempre più tartassata da riforme incrociate intese a ridurre le spese,  mantenendo però inalterati motivi di sprechi e sacche di interessi intoccabili. Già oggi la precarietà del lavoro nei nostri atenei tocca punte inaccettabili; ora ad essere a rischio non sono più soltanto i precari ma anche il personale di ruolo. Tecnici e amministrativi, a causa dei forti limiti di assunzioni, si troverann
o presto a fare i conti con ulteriori esternalizzazioni che porteranno ad altrettante privatizzazioni. Ma attenzione: le risorse che le università utilizzeranno per gli ulteriori appalti saranno notevolmente superiori agli attuali costi del personale e ricadranno sulla qualità dei servizi. E non si esclude che le tasse universitarie divengano ancora più alte. I ricercatori, poi, se riusciranno ad essere contrattualizzati, lo saranno solamente per sei anni e rischieranno poi di essere definitivamente esclusi dalla ricerca pubblica. Ci aspetta, insomma, un’università al servizio di interessi privati, in cui non esisteranno più garanzie di lavoro per il personale tecnico e ricercatore.
I nostri governanti mentono spudoratamente, quando parlano di “riforme epocali”. Dalla loro c’è il megafono di ogni potere: la stampa asservita. Così possono gettare discredito sui lavoratori, presentandoli come inefficienti fannulloni e sostenere che si possa spendere di meno e ottenere servizi migliori! Intanto non dicono che gli edifici scolastici cadono letteralmente a pezzi, che non ci sono i fondi per la manutenzione, che mancano le certificazioni di sicurezza e gli impianti non sono a norma, che mancano i laboratori e le attrezzature sono antiquate, che i docenti italiani sono i peggio pagati rispetto a quelli dei principali paesi europei, che si è ormai celebrato un divorzio insanabile tra scuola e cultura, che le classi -sempre più affollate- sono troppo spesso ingovernabili.  
Noi invece pensiamo che l’istruzione debba essere un investimento per il futuro del nostro paese e che dare di più alla scuola e all’università sia un passo necessario per una società migliore.  Per questo il 12 marzo 2010 chiamiamo allo sciopero e invitiamo tutti a manifestare per:
 fermare i tagli di Tremonti e per il ritiro della “riforma” Gelmini;
 avere più investimenti nella scuola pubblica, contrastare i processi di privatizzazione e i finanziamenti incostituzionali a quella privata;
 l’assunzione stabile del personale precario;
 ridare dignità al nostro lavoro attraverso un rinnovo contrattuale che porti gli stipendi in linea con quelli dei principali paesi europei; favorire una seria formazione in servizio e creare legami saldi fra scuola, università e ricerca;
 garantire a tutti i ragazzi -indipendentemente dalla loro estrazione sociale- il diritto allo studio, innalzare davvero l’età dell’obbligo scolastico da assolvere a scuola;
 la difesa della libertà di insegnamento e di un’idea di scuola in cui la solidarietà vinca contro la meritocrazia fasulla;
 pieni diritti sindacali per tutte le organizzazioni dei lavoratori.   

ORGANIZZATI CON
CUB Scuola Università e Ricerca

 
Slitta la valutazione della performance PDF Stampa E-mail
Thursday 04 March 2010

Decreto Brunetta e sua applicazione: slitta la valutazione al 2013!

La Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l'integrità delle amministrazioni pubbliche (Ci.VIT) prevista dal decreto Brunetta (dlgls150/09) ha deliberato le Prime linee di intervento per la trasparenza e l'integrità della pubblica amministrazione stabilendo nella stessa seduta del 18 Febbraio scorso, che "la graduatoria di performance delle amministrazioni statali e degli enti pubblici nazionali”, da trasmettere all’Aran per la definizione delle modalità di ripartizione delle risorse per la contrattazione decentrata, potrà essere deliberata soltanto nel maggio 2013 e trovare, quindi, applicazione soltanto con riferimento ai contratti collettivi successivi."

Per la contrattazione del pubblico impiego questo significa che per il prossimo contratto di lavoro dei dipendenti della pubblica amministrazione, contratto che ricordiamo è già triennale, 2010-2012, le norme relative alla distribuzione del fondo accessorio e quindi della produttività possono non vedere cambiamenti radicali.

Per le università questo significa che l'Indennità Mensile Accessoria non può ad oggi essere decurtata e le amministrazioni non sono obbligate a stabilire conguagli a fine anno o decurtazioni di nessun tipo. 

Saranno comunque i sindacati al tavolo nazionale e ai tavoli aziendali a prendersi la responsabilità dei possibili contenuti anticipatori della "Brunettiana Meritocrazia" nei contratti di lavoro nazionali o aziendali. Ricordatevi che il 25% dei lavoratori secondo la Brunetta avrebbero potuto perdere salario netto grazie anche al blocco dei fondi accessori. Per ulteriori approfondimenti andate leggete LA RIFORMA BRUNETTA E LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE pubblicato sotto.

In questa situazione, con l'impegno di chi sta ai tavoli i contratti di lavoro potrebbero addirittura migliorare!

Vigilare quindi sulla contrattazione è d'obbligo come è obbligo oggi non cascare nella trappola di chi, amministrazioni o parti sindacali che siano, ci vorrà raccontare che quella meritocrazia si applica fin da oggi o che non è più possibile percepire una indennità di produttività fissa mensile.

Per questo Unità di Base aderente a CUB Scuola Università e Ricerca si impegnerà fin da oggi per avviare una campagna di informazione tra il personale e una serie di iniziative volte a chiedere in primo luogo:

  • più risorse per i contratti nazionali;
  • sblocco del tetto al 2004 dei fondi accessori aziendali;
  • aumento delle possibilità di assunzione per il persoanle tecnico amminsitrativo;
 
Esternalizzazioni all'ateneo di Bologna PDF Stampa E-mail
Wednesday 17 February 2010

A pagare siamo sempre noi!

I fondi integrativi sono bloccati al 2004 e secondo Brunetta dovremmo fare la meritocrazia senza ulteriori risorse. Praticamente si taglierà al 25% del personale la produttività per garantirla al 75% del restante personale. Il contratto nazionale di lavoro, che ancora non c'è, non ci garantirà aumenti di stipendio decenti...

Le assunzioni sono limitate al 90% del FFO e quindi prima vengono docenti, ricercatori e poi.... probabilmente il fondo sarà esaurito.

Poche carriere, nessuna stabilizzazione dei tanti precari...

Le università però trovano comunque il modo di garantirsi i servizi. Non potendo utilizzare il fondo di bilancio per il personale utilizzeranno il fondo per i servizi  e andranno ad appalti, a costituzione di consorzi e quant'altro. Le università pagheranno di più.... sprecheranno risorse pubbliche e i lavoratori in appalto peggioreranno la loro situazione economica e lavorativa....

Praticamente ci sono le risorse ma non possono essere utilizzate per le assunzioni! I lavoratori non sono felici... E i contribuenti ....?

Ecco come è iniziato l'anno all'ateneo di Bologna:

Bologna, 17 Febbraio 2010 "Il Resto del Carlino" - Bologna

Il resto del Carlino BO

 

 

 
Zago: Brunetta e l'Università PDF Stampa E-mail
Friday 12 February 2010

LA RIFORMA BRUNETTA
E LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Seminario organizzato da
Cobas Pubblico Impiego Confederazione - Cobas Pisa
20 Gennaio 2009

Sintesi dell’intervento "LE RICADUTE DI BRUNETTA SULL'UNIVERSITA" di Antonella Zago
Unità di Base – CUB Scuola Università e Ricerca di Bologna

La riforma Brunetta non va nel senso di rendere la pubblica amministrazione più efficiente, anzi! L'esempio più eclatante, e banale allo stesso tempo, è la questione dell'orario di visita fiscale per malattia.
In tutto il decreto Brunetta, infatti, si legge chiaramente una politica poliziesca e di appesantimento della pratica del bastone nei confronti dei dipendenti pubblici al fine di “risparmiare” e di introdurre la fatidica “meritocrazia”. Ma se davvero l'obiettivo di Brunetta e del Governo fosse stato il risparmio e la “integrità” della pubblica amministrazione, avremmo dovuto leggere norme contro quelle fonti di sprechi e clientele che sono invece molto, troppo, diffuse. Noi dall'università vediamo tutti i giorni queste pratiche quando analizziamo il rapporto dei nostri enti con le ditte farmaceutiche, con i fornitori di servizi informatici ecc. e 'impostazione del decreto conferma infatti che siamo di fronte ad una semplice operazione di marketing che porterà la pubblica amministrazione a costare sempre di più e a dare sempre meno servizi ai cittadini dislocando la gestione del “bene pubblico” nelle mani di privati che speculeranno sempre più. D’altra parte, l'attacco ai lavoratori è fortissimo e va nel senso di aumentare lo sfruttamento del lavoro: togliere diritti a chi ne ha per non garantirli a chi non li ha mai avuti. E' così che noi, dipendenti pubblici, siamo diventati i “fannulloni garantiti”. Null'altro!
Nel merito del decreto chi mi ha preceduto ho approfondito molto bene le questioni che sono comuni a tutto il pubblico impiego, dalla questione della trasformazione in premi di istituti che fino ad oggi remuneravano carriere e anzianità di servizio (le progressioni), alla responsabilità dei dirigenti, all'appesantimento dei procedimenti disciplinari altrochè all'ulteriore centralizzazione delle regole contrattuali con conseguente depotenziamento della trattativa aziendale e dei sindacati dissenzienti. Voglio quindi aggiungere solo due questioni che credo debbano essere chiarite e sono i limiti sui fondi con cui arrivare alla fatidica “meritocrazia” e la riforma della contrattazione e dei comparti.
Innanzitutto ancora una volta il meccanismo della performance della pubblica amministrazione (valutazione) costerà sicuramente molto più di quanto si risparmierà nel togliere diritti economici ai lavoratori. Brunetta ha già costituito la Commissione nazionale e sta già pagando salati gli incarichi dei componenti che guarda caso sono nomi quasi tutti noti.
Inoltre sui fondi integrativi contrattati a livello aziendale esiste ancora un limite fissato dalla finanziaria 2006, che stabilisce il tetto al fondo accessorio al 2004. Non solo quindi dal 2004 il nostro fondo aziendale non è aumentato, ma non ci saranno risorse in più per finanziare “i migliori”. Se si provvederà infatti ad applicare il Brunetta lasciando fuori da qualsiasi remunerazione sulla produttività il 25% del personale e concentrando più risorse per il 50% degli eccellenti e il 25% dei buoni è inevitabile una redistribuzione degli stessi fondi verso il 75% del personale con un obbligatorio taglio netto al 25% dei lavoratori che si vedranno decurtata l’attuale parte di produttività percepita. Oltretutto le risorse per la trattativa nazionale, possiamo già esserne certi oggi, non vedranno aumenti decenti.
Questi meccanismi diventeranno operativi con i contratti di lavoro nazionali (2010-2012) e saranno quindi i sindacati al tavolo ad accettare queste norme e renderle attuative. I tempi però sono ancora lunghi in quanto il decreto prevede di ridurre gli attuali comparti a 4, e anche questi saranno definiti con i sindacati maggiormente rappresentativi in sede di accordo quadro nazionale sui comparti. Ad oggi il ministro Brunetta si limita a dare indicazione in merito ai comitati di settore e cioè coloro che per parte padronale pubblica daranno indicazione sulle linee della contrattazione nazionale per il comparto di riferimento; gli atti di indirizzo, appunto. Uno nell’ambito della Conferenza delle Regioni per le Regioni e per il Servizio Sanitario, uno per Comuni, Province e Camere di Commercio, un terzo costituito dal Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione, di concerto con il Ministro dell’economia e finanze, “sentite” le istanze rappresentative prima espressione degli autonomi comitati di settore (per il sistema scolastico il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca; per le Agenzie fiscali, i direttori delle Agenzie fiscali; per le università, la CRUI; per gli enti di ricerca e gli enti pubblici non economici, le istanze rappresentative rispettivamente promosse dai presidenti degli stessi; per il CNEL il suo Presidente).
Da questo si evince che probabilmente Scuola Università e Ricerca apparterranno ad un unico comparto. L'apertura della contrattazione per il contratto nazionale 2010-2012, la triennalizzazione è già cosa fatta, avverrà quindi solo dopo che i sindacati avranno firmato l'accordo quadro sui comparti e il modello contrattuale di riferimento sarà quello siglato dalle parti sindacali nel 2009 che prevede un avvicinamento del contratto pubblico a quello privato con la possibilità della trattativa anche territoriale e non per singola azienda.
Per tornare quindi all'università il decreto Brunetta si inserisce in un contesto molto più difficile e pesante che in altri comparti dato che da una parte la normativa attuale prevede la possibilità che gli atenei vengano trasformati in fondazioni e dall'altra è prevista la riforma della governance che vede comunque gli interessi privati o privatistici entrare a gambe levate ancora di più nella gestione, non solo della ricerca e della didattica, ma anche nella gestione del personale.
Nel caso alcuni atenei si trasformino in fondazioni di diritto privato anche il contratto che verrà applicato ai lavoratori probabilmente non sarà più quello pubblico. Per estremizzare potrebbe venir applicato a questo personale anche il contratto vigente nel comparto privato dei servizi.
Nel caso in cui, invece, le nostre università non si trasformino in Fondazioni non credo che enti finanziatori o privati, componenti del CdA, siano interessati a migliorare le condizioni dei lavoratori e ad investire in qualità della didattica. Se aggiungiamo poi le recenti norme sulle assunzioni che prevedono il 50% del turn-over (su 10 cessazioni solo 5 assunzioni) capiamo bene che il sott’organico non verrà sanato. Inoltre di questo 50% il 60% saranno ricercatori (che potranno però lavorare per soli 6 anni e poi saranno espulsi), il 10% saranno professori di prima fascia (e qui invece credo sia una pazzia) e il restante 30% sarà diviso tra professori associati e personale tecnico amministrativo. Dando come premessa che il personale tecnico amministrativo è considerato già ad oggi un costo su cui risparmiare, una logica privatistica spinta porterà ad utilizzare gran parte di quel 30% per personale docente e il lavoro del personale tecnico amministrativo verrà garantito sempre di più probabilmente con esternalizzazioni di servizi, con appalti assegnati magari agli amici dei privati presenti nei consigli di amministrazione.
Così per l'università si chiude il cerchio del decreto Brunetta: attaccare i lavoratori per garantire interessi privatistici di gestione dell'attività di didattica e di ricerca distruggendo qualsiasi garanzia di qualità delle nostre università altrochè  di tutto il pubblico impiego e di tutti i servizi pubblici.
Su questo lavoratori pubblici e cittadini dovrebbero unirsi perché gli interessi coincidono in pieno: più garanzie di lavoro per tutti e una pubblica amministrazione rivolta ai cittadini e non alle tasche di pochi.
I sindacati che si siederanno ai tavoli per contrattare tutto ciò si stanno già rendendo colpevoli dell'impoverimento generalizzato.
Il nostro fine dovrebbe essere quindi quello di contrastare tale politica riorganizzando i lavoratori che sono anche gli stessi cittadini che utilizzano servizi.

 

 
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